Messaggioda Dr.Manetta » lunedì 7 aprile 2008, 13:01
Non me ne voglia Pirsig. La tentazione di parafrasare il suo titolo è stata troppo forte e forse nemmeno ingiustificata. Ecco la storia.
Sabato mattina riesco ad infilare nuovamente la tuta di pelle per una sgroppatina in sella alla mia favolosa Hornet a scacchi gialli. E’ dal raduno di settembre che non faccio una girata come si deve e non indosso l’armatura completa del guerriero con velleità di “dagliene” almeno un pochino. Sono consapevole della mia ruggine e dell’essere cancello inside, quindi prendo tutto con molta calma e rilassatezza, affrontando i primi km di curve in scioltezza, senza vera cattiveria, lasciando scorrere la moto e toccando appena il freno. Mi diverto. Passano curve e tornati, qualche km di asfalto, riesco a sciogliermi un po’, ritrovando la posizione in sella e lo sguardo sull’uscita curva.
Gironzolo avanti ed indietro sul pezzo di strada che conosco, salutando i motoclisti che incontro ed accennando le prime pieghe dopo tanti mesi di inattività. Nell’andi rivieni, trovo un gruppone di motociclisti tutti bardati ed uno di loro si sbraccia vistosamente. Mi fermo e riconosco subito Andrea (Do you remember Mocassino Scintillante?) così mi fermo,ci salutiamo al volo, lo avviso che la riga di mezzeria è fresca e molto scivolosa e mi accodo al gruppone che sta ripartendo per Castagneto C.cci, così faccio un po’ di strada con le lepri davanti. Con mio stupore tengo il ritmo facilmente, senza nessun affanno, sentendomi rinfrancato dalla forma che credevo di aver perso.
Così, giunti a Castagneto, invece di proseguire con loro per il diretto ritorno a casa, inverto la marcia e mi fiondo nuovamente nel motodromo, forte della forma motociclsitica ritrovata e delle Rennsport che fanno il loro mestiere. Affronto i primi tornantini con grazia e decisione, aprendo il gas e godendo del ritrovato rombo del motore. Do ancora più gas perché mi sento in forma. Questo è stato il mio primo errore. Arrivo ad un tornantino stretto, stacco, imposto la traiettoria, le gomme tengono come colla, battezzo male la curva a sinistra e la stringo troppo. Questo è stato il mio secondo errore. Inconsapevole della posizione in cui mi trovavo, ma illuso dalla quantità di strada a mia disposizione, apro forte il gas... questo è stato il mio terzo errore...
La ruota posteriore girava proprio sulla riga bianca di mezzeria e parte via come si fosse trovata sul sapone. La moto scivola, intraversandosi perpendicolarmente al senso di marcia, sdraiandosi come nelle migliori tradizioni motociclistiche. In quella frazione di secondo spero che nessuno giunga nel lato opposto, mi domando se riuscirò ad evitare l’impatto con il guard rail, mi chiedo quale parte della moto stia grattando sull’asfalto e chi sia l’imbecille che utilizza vernici segnaletiche così scivolose... il tutto condito da preghiere ed imprecazioni come colonna sonora.
Chi afferma che il cervello riesca a pensare ad una sola cosa per volta evidentemente non è un motociclista...
Con notevole difficoltà, ma prontezza, riesco a chiudere il gas aprendo la mano destra e forzando sul manubrio con il palmo. Il mio primo merito. Con uno sforzo muscolare notevole, contrasto la totale chiusura dello sterzo e faccio leva con l’anca per risollevare il baricentro della moto. La frequentazione della palestra di questi mesi ha fatto il suo dovere. Il mio secondo merito. Il cavallo di metallo che porto sotto il sedere si chiama Hornet: è un progetto vecchio, una moto per principianti, per molti troppo mollona, fatta più per le fighette che per i veri centauri (affermano alcuni). La sua proprietà è il mio terzo e più importante merito.
Il seicentino blu a scacchi gialli risponde bene alla mia disperazione e si rimette dritta in equilibrio, mi evita misericordiosamente la caduta, dondolando un poco per assorbire lo choc, ma riassettandosi immediatamente per permettermi di affrontare il tornante successivo. Chiudo il gas e procedo verso casa in tranquillità, ancora intero e comodamente seduto su un sellino fatto di cacca.
Che c’entra lo Zen? Nella sua completa accezione forse poco, ma se lo si interpreta come coscienza di se stessi e delle proprie possibilità, secondo me molto. Meditare sulle proprie qualità, sui pregi e soprattutto sui difetti, può condurre alla consapevolezza sulle conseguenze delle proprie azioni. Riflettere sulle molteplici possibilità e relative modalità valide a contrastarle (se si parla di possibilità negative) o ad incrementarle (possibilità virtuose), può fornire gli appigli necessari a superare indenni le insidie “sempre presenti” sul proprio cammino. Riducendo tutto alla più banale vita motociclistica, avere consapevolezza della propria forma fisica, del proprio stato mentale, della manutenzione del proprio mezzo e delle insidie ambientali, può condurre l’aspirante pilota a ridimensionare le proprie velleità, togliendo dal piatto della bilancia la propria salute per sostituirla con la semplice benzina consumata.
Forse ho evitato la caduta solo perché ai tre errori commessi ho opposto sulla bilancia tre meriti, più pesanti, che hanno fatto pendere l’ago dalla mia parte, ma avere un margine così ristretto – tre errori contro tre meriti – non sempre può portare alla positività dell’esito.
Meglio tenere sul piatto sempre qualche riserva di peso in più, che faccia pendere l’ago decisamente verso la salute, piuttosto che lasciare la bilancia in precario equilibrio e far decidere le nostre sorti solo al caso.
State sempre molto attenti!